Batiston, le radici del carnevale spezzino

25 Gennaio, 2018

Batiston, lo spezzino vero che ambiva al trono di re del carnevale. Una breve storia della maschera tradizionale della Spezia.

Napoli ha Pulcinella, Venezia ha Pantalone e Colombina, Viareggio ha Burlamacco, Bologna ha Balanzone, Arlecchino è di Bergamo e Gianduia di Torino, il Baciccia si aggira per Genova e La Spezia? Qual è la maschera tipica dello spezzino? Partendo dal presupposto che nel levante ligure il carnevale non sembra essere tradizione tanto forte e affermata come in altre zone d’Italia, la figura che per forza e caratterizzazione più si avvicina alle altre maschere regionali italiane è quella di Batiston.

Chi è Batiston?

La figura di Batiston compare per la prima volta nel 1869 in una canzonetta e in alcuni cartelli dell’epoca (dove il suo nome viene riportato quale “Battiston”).

Batiston, la maschera tipica del Carnevale della Spezia

La locandina delle feste del Carnevale alla Spezia del 1869

In quelli che sono i caratteri tipici di Batiston pare di riconoscere gli adagi popolari che riguardano gli abitanti del levante ligure in genere. Batiston è infatti un figura paesana, tipico spezzino verace, pieno di vigore, arguto e pungente, che dice “pane al pane e vino al vino” e viene detto anche “Batiston er mugnon, er vogia de fae gnente” (Battistone il lamentoso, lo scansafatiche).

Da dove nasce la maschera di Batiston?

Indagando sulla nascita della maschera di Batiston, le tracce sembrano condurre a un uomo  realmente esistito e conosciuto dalla gente.
In poche parole, era uno dei tanti sogeti (personaggi) che da sempre abitano La Spezia e che è stato elevato a mito. Una pratica diffusa nei piccoli centri e caratteristica delle città di provincia, dove frequentemente popolani estroversi o caratteristici sono conosciuti da tutti e sono inseriti nel lessico quotidiano o famigliare, come esempio, solitamente negativo, o comunque da non imitare.

Maìa, la moglie di Batiston

Presto, a Batiston si affianca un’altra figura Maià (Maria, in dialetto), anch’ella donna schietta e simpatica, considerata figlia del Re Carlevà e moglie di Batiston, che, in virtù delle nozze, diventa genero di Carlevà e infine nuovo Imperatore.
Da quel momento, si è sentito spesso parlare di “Batiston e sé mogé Maìa” (Batiston e sua moglie Maria), un passaggio fondamentale per elevare Batiston a vero protagonista del carnevale, strettamente legato allo spirito della festa.

Il carnevale spezzino prima di Batiston e sé mogé Maìa

Foto del Carnevale Spezzino dalla Pagina Facebook del Museo etnografico della Spezia

Prima di questo sposalizio, siamo dunque negli anni 50 dell’Ottocento, il carnevale spezzino era una coinvolgente festa di paese (bisogna ricordare che prima della costruzione dell’Arsenale, avvenuta nel 1862, l’abitato spezzino aveva poca consistenza) dalla partecipazione pressoché totale.
La figura principale era Re Carlevà. In una sfilata in cui i vari quartieri partecipavano con maschere e carri, la maschera di Re Carlevà – il giorno di martedì grasso – veniva condotto in parata con l’accompagnamento sonoro di canzoni satiriche rigorosamente in dialetto e bruciata sulla marina.
Per tradizione, il re Carlevà Morente – prima di finire bruciato – lasciasse un testamento alla cittadinanza: inizialmente era soltanto un elenco di oggetti, ma in seguito si trasformò ne “l’elenco delle grazie”, cioè una serie di consigli per la popolazione, a sua volta mutato in satira di costume: è l’origine della canzonetta.
Quando sulla scena ci sarà già Batiston – a quel punto genero di Re Carlevà – sarà proprio lui a dare lettura del testamento del re alla gente.

Le canzonette di Batiston

In un lunario dell’epoca, si trova traccia di alcune canzonette della fine degli anni Sessanta dell’Ottocento che vedono come protagonista un certo Batiston.
La prima, firmata da Serafino Pucci, recita così

Cai me fanti, a son de Spèza
Er me nome i è Batiston
Batiston de Falabèla
Ch’i è nassù ‘nte a Sitadèla… 

(Cari miei ragazzi, sono di Spezia / il mio nome è Batiston / Batiston di Falabela / che è nato nella cittadella)

Anche se c’è chi sostiene che Falabela sia una località limitrofa (comunque oggi scomparsa e non ricordata), è più probabile che si tratti un’espressione dialettale che significa “farla bella”, cioè “combina guai”, mentre certamente la Cittadella è il quartiere antico della Spezia.
I versi sono scritti in dialetto stretto e genuino; il piccolo componimento racconta che Batiston torna a casa dopo aver trascorso molti anni in California e rimane addolorato nel vedere le sofferenze di alcuni operai i quali, sporchi e affamati, dopo il lavoro, riposano sdraiati per terra, sotto i portici di via Chiodo. Da tale descrizione parte una commiserazione nei confronti di coloro che sudano e che, come ricompensa, conducono una vita da straccioni, e non viene risparmiato un attacco deciso nei confronti delle autorità:

Con che stèo, o signoi,
ch’angrassé ‘nte no fae gnente,
a mié ‘sti doloi
che bersègia a povea gente?…

(Con chi state,o signori, / che ingrassate nel fare niente / li vedete questi dolori / che affliggono la povera gente?)

Bisogna ammettere che nel 1866 non era cosa da poco esprimersi con toni così accesi in manifestazioni pubbliche. Si tratta di osservazioni pesanti su una città che – all’epoca – stava cambiando pelle sotto la spinta della costruzione dell’Arsenale.
Il Batiston rappresenta lo spirito dell’ultimo spezzino autentico, che non riconosce più la propria città e che vede morire rapidamente il suo mondo.

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Spezzino Vero

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